Alcuni dei Monumenti ed Opere realizzate in questo periodo.
I primi Comuni, nell'Italia settentrionale e centrale, sorsero nella seconda metà del sec. XI: a Milano nel 1044, a Lucca nel
1080, a Genova nel 1098, poi via via nelle altre città.
L'elezione dei consoli indicava che il regime feudale era finito. In Verona i primi consoli furono eletti solamente nel 1136.
La causa di questo ritardo, rispetto alle altre città, sembra da attribuire alla potenza e al prestigio di Alberto di
Sambonifacio, che unì ai suoi domini vasti territori della casa di Canossa e che fu conte di Verona dal 1116 al 1135.
Il mutamento dal feudalesimo al Comune avvenne per gradi. Già nell'anno 983 l'imperatore Ottone II aveva concesso agli abitanti di
Lazise, sul Garda, i diritti di transito, pesca e dazio, purché fortificassero il castello. È questo il primo esempio documentato
di autonomia rurale in provincia di Verona.
Per ciò che riguarda la città, non si hanno precise notizie fino al 1107. In quell'anno, mentre Verona faceva ancora parte di
una Marca ed era sede di un Conte, 42 cittadini poterono stringere un trattato commerciale e militare con il doge Falier di
Venezia, e promettere di far guerra a Padova e Treviso. Per assumere impegni così importanti in nome della città - non del Conte
o del Marchese - quei cittadini dovevano certo aver ricevuto il mandato da un'assemblea, della i quale si ignora l'esistenza.
Si conoscono invece i nomi di almeno dieci potenti famiglie che, legate in origine ai grossi feudatari, ne erano divenute rivali
temibili. Infatti, gli ecclesiastici ed i grandi feudatari, anche per la divisione delle famiglie in più rami, avevano perduto in
gran parte la loro potenza ed autorità perché avevano subinfeudato le terre e i diritti ad altre famiglie (appunto quella diecina),
che ben presto s'impadronirono mediante servigi o minacce di quasi tutti i privilegi e parteciparono ai Consigli accanto ai loro
signori, dapprima per dare aiuto e consiglio, in un secondo tempo per avanzare pretese, fare imposizioni, offrire persino, talvolta, protezione.
Se si pensa che questa stessa diecina di famiglie giunse a partecipare -contemporaneamente - dei diritti di tutti i grandi signori
veronesi, si comprende quale peso dovesse avere nelle decisioni delle assemblee.
Anche la classe dei mercanti e degli artigiani venne acquistando sempre maggiore importanza, finché per mezzo delle sue ricchezze
poté entrare a far parte della classe feudale e quindi partecipare con voce autorevole ai Consigli. Il potere dei grandi
feudatari venne così, poco a poco, sopraffatto da quelle famiglie e dalla classe dei mercanti e artigiani.
Nell'anno 1136 il mutamento di governo era già avvenuto: Verona era Comune retto da consoli. I consoli furono dapprima tre, poi
sei; erano scelti fra i mercanti-artigiani e fra gli appartenenti alle potenti famiglie, con la partecipazione di giuristi. È
notevole che nel 1147 figuri tra i consoli un Balduino de Scala. Il cambiamento di governo non avvenne senza contrasti. Si ebbero
aspre lotte fra le potenti famiglie, con larga partecipazione dei cittadini ad esse legati da interessi economici e politici,
talvolta anche con l'intervento di elementi esterni e dello impero.
Vi fu qualche guerriglia con le città vicine: Padova, Treviso, Ferrara, per tutelare gl'interessi commerciali legati alle vie
fluviali: una di queste guerre fu combattuta dai Veronesi contro i Padovani, "che si lagnavano aver i primi divertito a lor danno
l'alveo dell'Adige".
Nell'anno 1151 il consolato fu abolito e sostituito con il governo di un rettore: Alberto Tènca, amico e vassallo dei Conti. I
rettori tennero il potere fino al 1169; poi si ebbero i podestà. Il primo podestà di cui si abbia sicura notizia fu Bonitacio di
Sambonitacio, della famiglia dei Conti. Fino alla fine del sec. XII il governo fu retto da podestà, cui si alternarono consoli e
rettori.
Federico, detto Barbarossa (1152-1190), primo imperatore della casa di Svevia, scese nell'anno 1154 in Italia per ricevere la
corona imperiale e per soccorrere i Lodigiani e i Comaschi che avevano chiesto la sua protezione contro i soprusi dei Milanesi,
lieto che gli si presentasse l'occasione di punire i Comuni che avevano usurpato i diritti imperiali.
In Verona trovò favorevole accoglienza e si accampò con i suoi 4000 soldati presso Povegliano. Di qui passò a Pavia, ove fu
incoronato re, quindi devastò alcuni Comuni lombardi ribelli e, ancora asperso di sangue italiano, mosse verso Roma, dove cinse
la corona imperiale. Ma l'ostilità della popolazione lo indusse ad allontanarsi subito dalla città.
Sostò nuovamente nel Veronese e da Isola della Scala pronunciò il bando contro Milano. A Verona il ponte di navi, sul quale aveva
appena traghettato l'esercito, fu investito da una massa di tronchi portati dalla corrente e si ruppe (1155). Sembra che il ponte
fosse stato di proposito costruito in modo da non reggere ad un forte urto e che i tronchi fossero stati gettati contro di esso
con il preciso scopo di abbatterlo mentre passavano le truppe. Alcuni Veronesi che avevano passato il fiume furono considerati
traditori e massacrati.
Un altro incidente di minor conto, avvenuto poco dopo alla Chiusa, accrebbe i sospetti dell'imperatore, che ritenendo la città
responsabile di quanto era accaduto nel suo territorio, pretese, per concedere il perdono, una somma ingente e la promessa di
aiuti contro Milano. Infatti truppe veronesi parteciparono all'assedio di Milano, durante la seconda discesa di Federico in
Italia (1158-1167). Ma la città mal tollerava il prepotere dell'imperatore e, dopo qualche resistenza isolata, gli si ribellò
apertamente: nell'anno 1164 costituì con Vicenza, Padova e Treviso la Lega Veronese, preludio alla Lombarda.
La sola classe feudale rimase fedele a Federico, anzi tentò di rimettere in suo potere la città; ma i traditori furono giustiziati
e l'esercito imperiale, che già aveva raggiunto Vacaldo, presso Vigasio, non osò affrontare le truppe raccolte in tutta la Marca
e si ritirò senza combattere (1164).
Nell'anno 1166 Federico discese nuovamente in Italia e si affrettò alla volta di Roma, per impedire l'alleanza di papa Alessandro
III con i Comuni; ma dovette percorrere l'inconsueta e aspra vie della Valcamonica perché milizie veronesi avevano sbarrato la
Chiusa. Alessandro fuggì da Roma e l'antipapa Pasquale impose una seconda volta la corona imperiale a Federico; fu vittoria di
breve durata perché la peste, scoppiata il giorno successivo all'incoronazione, fece strage dell'esercito tedesco e costrinse
l'imperatore a tornare subito in Germania. Nell'anno seguente la Lega Veronese si fuse con la Lombarda.
Quando Federico calò per la quinta volta in Italia, per la via di Susa (settembre 1174), mosse direttamente contro le città
della Lega. Circa trecento cavalieri veronesi parteciparono alla gloriosa battaglia di Legnano, mentre la fanteria, unita alla
bresciana, rimaneva a difesa di Milano (1176).
L'imperatore, pienamente sconfitto, riconobbe solo dopo lunghe trattative le autonomie comunali (pace di Costanza, 1183).
Verona non solo ottenne le concessioni comuni a tutte le città della Lega, ma ebbe assicurata anche la libertà di commercio con la
Germania. Nell'anno seguente Federico e il pontefice Lucio III, profugo da Roma, si incontrarono in Verona per trattare dei beni
di casa Canossa, ancora posseduti dall'imperatore, della nuova crociata che si voleva iniziare contro i Turchi, e delle severe
misure da prendersi contro gli eretici, numerosi specialmente nell'Italia settentrionale. Nei documenti di quest'epoca l'espressione
distretto veronese, sostituisce quella di comitato veronese. Lucio III pochi mesi dopo morì e venne sepolto nel Duomo. Il suo
successore, Urbano III, rimase a Verona per un anno. L'imperatore fu accolto con grandi onori. Poco dopo partì alla testa dei
crociati per la Terrasanta e morì in Armenia (1190).
A questa crociata, la III (1189-1192), presero parte anche guerrieri veronesi. Sicura è la partecipazione di Verona anche alla
IV crociata (1202-1204). Sembra che in quest'epoca sia stato introdotto in città l'uso delle cifre arabe e siano stati assegnati
ad alcune località i nomi di Betlem, Nazareth e S. Sepolcro; i crociati, al loro ritorno, portarono con sé numerose reliquie di
Santi.
Nel secolo XII sorsero le chiese di S. Pietro in Archivolto, S. Giovanni in Foro, S, Eufemia, S. Nicolò, S. Benedetto; furono
ricostruite S. Stefano e S. Giovanni in Valle; venne in gran parte compiuta la splendida basilica di S. Zeno. Molte di queste
chiese conservano per buona parte l'architettura originale del sec. XII.
Nell'anno 1193 s'iniziava il Palazzo comunale, sulla vasta area compresa fra Piazza delle Erbe, Via Cairoli, Via Dante e
Piazza dei Signori.
Il Dominio di Ezzelino.
Dopo la morte di Federico I, le città dell'Italia settentrionale e centrale furono di fatto indipendenti e svolsero liberamente
le proprie istituzioni, senza l'intervento degl'imperatori tedeschi Enrico VI (1191-1197) e Federico II (1197-1250). Il primo
desiderava il loro appoggio per impadronirsi del Regno Normanno, il secondo era impegnato nella VI Crociata e nel consolidare i
vasti domini, e si trovò solo due volte in contrasto con le città (1237 e 1247-48).
Nell'anno 1205 iniziarono fra le potenti famiglie veronesi lotte violente, vere guerre civili, che indebolirono la città.
Verona era divenuta il campo chiuso in cui si scatenavano e cozzavano tutte le inimicizie della Marca. Le fazioni più
importanti, capeggiate dai Sambonifacio e dai Montecchi, si contesero la supremazia sulla città e per rafforzarsi non
esitarono a stringere alleanze con le potenti famiglie delle città vicine: Este, Visconti, da Romano. Ezzelino II ed Ezzelino
III da Romano furono i più validi sostenitori dei Montecchi.
Una tregua fra le parti si ebbe quando i partiti si conciliarono per i buoni uffici di Marino Zeno, podestà di Padova, tanto
che per consolidare la pace si celebrarono i matrimoni di Rizzardo di Sambonifacio con Cunizza da Romano (figlia di Ezzelino II
e sorella di Ezzelino III) e di Ezzelino III con Zilia Sambonifacio. Dopo quattro anni la rivalità fra i cognati Rizzardo ed
Ezzelino, capi delle due opposte fazioni, proruppe in lotta aperta in seguito al rapimento di Cunizza, compiuto dal noto trovatore
Sordello da Goito, che era familiare di Rizzardo e forse viveva alla sua corte. Sordello e Cunizza si rifugiarono nel palazzo di
Ezzelino II, mentre per vendicare l'insulto, che era avvenuto probabilmente per sua istigazione, Ezzelino III prendeva le armi
contro Verona e se ne impadroniva (1226).
Eletto podestà, rimase in carica un anno, poi cedette la podesteria, per invito della Lega Lombarda, di cui Verona faceva parte.
Gli successe Manfredo da Cortenuova, il quale affidò al notaio Calvo la compilazione degli Statuti. Quest'importante raccolta
statutaria, compiuta negli anni 1227-1228, è la più antica che ci sia pervenuta e si conserva originale in un grosso volume
presso la Biblioteca Capitolare. Essa ci fornisce precise notizie sui principali magistrati (podestà, giudici e consoli),
determina le loro funzioni, elenca le spese fisse che il Comune doveva sostenere, regola l'amministrazione della giustizia, si
occupa di pubblica sicurezza, di edilizia, igiene, economia, agricoltura.
Al Comune erano preposti un podestà, tre giudici del Comune, due giudici d'appello, ventiquattro consoli di ragione ed otto
consoli di giustizia. Gravi pene erano stabilite contro chi portava armi, turbava la pace, giocava d'azzardo, alterava le
merci da vendere. Una posta dello Statuto ordinava l'espulsione degli eretici e la distruzione delle loro case. Un'altra prometteva
protezione ai beni dei crociati e pellegrini in Terra Santa.
Per quanto riguarda l'igiene, si faceva obbligo di pulire ogni giorno il Palazzo Comunale ed il mercato del Foro, ma solo una
volta l'anno tutta la rimanente parte della città. Severamente proibito era gettare rifiuti nell'Adige e nell'Adigetto, che
fornivano l'acqua da bere. Infatti i pozzi erano assai scarsi e l'acqua del Lorì, di Avesa, giungeva solo a San Giorgio.
Riguardo all'artigianato, si apprende da gli Statuti che vi erano mestieri antichi, cioè fornai e macellai, su cui il Conte aveva
dei diritti, ed altri mestieri più recenti, che in origine erano del tutto liberi e poi furono sottoposti alla Domus Mercatorum,
vale a dire alle Arti organizzate. Alcune disposizioni avevano lo scopo di sviluppare il commercio e promuovere l'agricoltura.
La vita della città veniva dunque regolata , in ogni particolare dagli Statuti, per il benessere di tutti i cittadini. Il governo
comunale provvide anche ad aumentare le aree coltivabili per poter disporre in abbondanza di viveri a buon mercato: a questo scopo
bonificò una vasta zona detta Palus Comunis Veronae, da cui derivò il nome al paese di Palù. Ormai definiti in città, i nuovi
ordinamenti comunali si estesero in parte alla campagna: lo provano, alcuni accordi conclusi fra Signori e Comunità per determinare
i recIprocI obblighi e diritti, a partire dall'anno 1091. Poi la signoria feudale venne poco a poco sopraffatta ovunque dal
Comune e gli stessi feudatari mirarono ad impadronirsi del potere comunale.
Durante la podesteria di Manfredo da Cortenuova, Verona godette un breve periodo di tranquillità. Nell'anno 1230 le lotte
ripresero violente, tanto che il podestà Rinieri Zeno confinò a Venezia i capi delle fazioni; ma già nell'anno seguente
essi furono riammessi in città. Alle guerriglie che seguirono parteciparono anche Mantova, Este e Padova.
Intanto l'imperatore Federico II si preparava a calare in Italia e la Lega Lombarda diede tutto il suo appoggio a Rizzardo di
Sambonifacio, che riteneva più influente di Ezzelino III. Questi, per vendicarsi e non essere sopraffatto, passò al partito
ghibellino e, presi accordi con Federico, catturò il podèstà di Verona, lo sostituì con un altro cui impose fedeltà
all'imperatore; infine introdusse in città un presidio tedesco (1232).
Verona fu così assicurata all'impero; ma dovette subire le guerriglie delle città vicine alleate contro Ezzelino, finché il
Papato, dopo qualche inutile tentativo, poté indurre Ezzelino a conciliarsi con la Chiesa e con la parte guelfa. La pace fu
celebrata a Paquara (sull'Adige, presso Tomba) nell'agosto 1233.
I capi delle fazioni, i vescovi ed i principi delle città vicine, qui convenuti con i loro Carrocci e con circa 400.000 uomini,
si giurarono pace. Ma dopo qualche mese, essi rinnovarono le guerriglie e le vendette.
La lotta fra Rizzardo di Sambonifacio ed Ezzelino da Romano, divenuta più aspra e serrata, si concluse con l'espulsione definitiva
dell'uno e con la supremazia assoluta dell'altro. Ezzelino, eletto Rettore insieme al conte Bonifacio di Panico, s'impadronì
del potere nell'anno 1236 e da allora, per ventitré anni, fu unico signore della città. Con l'appoggio di Federico, poté in
pochi mesi conquistare anche Vicenza, Padova e Trento; nel 1237 fu egli stesso di valido aiuto all'imperatore nella battaglia di
Cortenuova, nella quale milizie veronesi, vicentine e padovane, a fianco dell'esercito tedesco, inflissero una grave sconfitta
alle città della Lega.
Ezzelino aveva dimostrato di poter egli solo tenere la Marca legata all'impero e Federico, per stringere maggiormente i vincoli con
sì valido alleato, gli affidò il governo della Marca Veronese, gli diede in sposa una propria figlia naturale, Selvaggia
(1238, in S. Zeno), e fece mettere al bando i capi del partito guelfo della Marca, fra i quali i Sambonifacio e gli Estensi
(1239).
Nel 1245 Federico tenne in Verona, dove rimase circa un mese, un'importante assemblea cui intervennero anche Corrado, figlio di
Federico, Balduino II imperatore di Costantinopoli e molti vescovi e principi tedeschi. I Veronesi nulla seppero delle decisioni
prese in quella riunione, ma rimasero assai colpiti dal fatto che Federico aveva portato con sé quattro cammelli, cinque leopardi
ed un elefante. Quest'ultimo animale suscitò tale impressione, che se ne fece memoria in un graffito sulla facciata di S. Stefano.
Nell'anno 1247 Ezzelino combatté a fianco dell'imperatore contro i Parmigiani; nel 1248 s'impadronì di Belluno, nel 1249 di
Monselice.
In Verona egli era Signore di fatto, senza un titolo o un ufficio preciso. Dopo la morte di Federico (1250), indipendente-mente dal
partito per mezzo del quale aveva conseguito il potere, seppe indurre il popolo a proclamarlo Signore assoluto.
Il dominio d'Ezzelino, divenuto in breve dispotico ed assolutista, fu crudele e talvolta feroce, al punto di far trucidare o
bruciare vivi diversi cittadini, anche solo sospetti di avversare le sue mire politiche; fra loro, Federico e Bonifacio della Scala.
Secondo il Saraina, verso l'anno 1238 Ezzelino riformò gli ordinamenti cittadini, ponendo il governo nelle mani di plebei e di
gente vile, per meglio vincere le resistenze dei signori. Questo, secondo il Simeoni, è da escludere; ma indubbiamente Ezzelino
diminuì il potere delle maggiori famiglie, Sambonifacio e Montecchi, per mezzo di esili e condanne a morte, mentre si assicurò
l'appoggio delle Arti mediante concessioni economiche e forse anche politiche. Livellata cosi la città, ne fu Signore assoluto
fino alla morte, avvenuta a Soncino nell'anno 1259.
Il suo governo fu in Verona meno duro e crudele che nelle altre città. Se il poeta Bonifazio disse: Me Verona tulit, me repulit
inde tyrannus Ecelinus atrox..., un cronista veronese contemporaneo, che non fu partigiano di Ezzelino, cosi lo descrisse:
regnò e resse vittorioso in battaglia contro i nemici per anni 33. I Guelfi esagerarono le sue gesta malvagie e le dicerie si
tramutarono in fosca leggenda.
È notevole che nessun mutamento sostanziale, nessuna grave reazione segua in Verona alla morte di Ezzelino, pur nella difficile
situazione creatasi con il ritorno dei fuorusciti. Solamente le Arti colsero l'occasione per assicurarsi il potere, anche
politico.
Nel gennaio dello stesso anno 1259 era Podestà del popolo Leonardino, detto Mastino della Scala, nominato evidentemente per
volontà di Ezzelino.
Egli seppe governare con grand'abilità, appianando i contrasti e conquistandosi la fiducia delle Arti, tanto che nel 1261 fu
nominato Podestà della Domus Mercatorum e nel 1262 fu eletto Capitano del popolo. Queste cariche abbinate gli conferirono ogni
potere civile e militare e gli vennero quasi ininterrottamente riconfermate finché egli non le passò al fratello Alberto.